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:: In ricordo del sen. Giovanni Spagnolli nel 20°
della scomparsa (1907-1984) |
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“In ogni uomo c'è un'anima di verità”
Questa frase di mons. Olgiati, Assistente spirituale della Università Cattolica di Milano negli anni '30/40, Giovanni Spagnolli l'ha sempre conservata nel profondo del cuore come passaporto verso tutte le persone che avrebbe incontrato nella vita, anche quelle che non condividevano i suoi ideali e suggerisce una chiave di lettura che spiega come egli abbia vissuto impegnative e straordinarie esperienze !
Da sempre attento ed ospitale in famiglia, nei confronti di Missionari e Missionarie religiosi, in primis del cognato padre gesuita Giuseppe Zambon, per 29 anni in India, scopre ed apprezza laici illuminati a partire da Albert Schweitzer, che si occupa dei lebbrosi, al dottor Fortunato Fasana, medico in India, ai Coniugi Corti (brianzolo il dottor Piero, canadese di Montreal la dottoressa Lucille) che si sposano per iniziare, nel 1959, il primo Ospedale gestito da laici e lo sviluppano fino a diventare il migliore ospedale d'Uganda, infine il Comboniano padre Giuseppe Ambrosoli, chirurgo a Kalongo. In questi Ospedali di frontiera si matura la decisione di Carlo di dedicarsi perennemente all'Africa e di sposare l'ugandese Angelina.
Non è casuale ed assume un profondo significato di continuità ideale con le Associazioni di volontariato internazionale che Spagnolli abbia completamente dedicato gli ultimi 4 anni della sua vita a cercare aiuti, sotto forma di denaro, farmaci, medicinali, attrezzature (dalla Croce Rossa, dall'Ordine di Malta, dalle singole ditte e dai campionari di medici amici), curandone con la moglie Angela Zambon la paziente selezione, quella che ora su larga scala impegna tanti volontari, e trovando tutte le possibili strade per la spedizione nell'Uganda martoriata.
Nel nome di Giovanni Spagnolli vorremmo contribuire ad alimentare la “fiaccola” dell'amore alla gente dell'Africa, che egli ha idealmente trasmesso, in particolare al figlio Carlo, che lavora da quasi 30 anni come chirurgo in mezzo ai più poveri.
(dalle note del figlio Paolo Spagnolli) |
Dalla Rovereto asburgica alla Capitale d'Italia 
Giovanni Spagnolli nasce a Rovereto il 26 ottobre 1907, da una famiglia originaria di Isera (Trento).
Profugo con la famiglia a Dornbirn, nel Voralberg durante la Grande Guerra, torna nella sua città dopo il '18, per completarvi gli studi fino al termine del Liceo.
A 19 anni, per l'università sceglie Milano, convinto che questo “salto dalla provincia” possa giovare al suo futuro: consegue due Lauree e Padre Gemelli lo trattiene come Vice-Segretario Amministrativo dell'Università Cattolica del Sacro Cuore.
La ditta Feltrinelli legnami, con molti contatti in Trentino, lo chiama a sua volta come Amministratore. Negli anni della Resistenza si occupa in Brianza e a Milano di scuotere le coscienze ed organizzare le fila del nuovo partito della Democrazia Cristiana, di cui diventa Segretario milanese. Collabora da Roma alla ricostruzione dell'Italia attraverso i piani dell'UNRRA-CAASAS per dare nuove case a milioni di senza tetto.
Dal 1953 per 23 anni è eletto parlamentare nel Collegio di Rovereto e dal '74 al '76 ricopre la carica di Presidente del Senato. Lascia la vita politica nel 1976 per occuparsi ancora con entusiasmo del CAI e di problematiche di volontariato internazionale.
Muore a Rovereto, colpito da Ictus, il 5 ottobre 1984.
Un “volontario della politica” al servizio del volontariato
Giovanni Spagnolli può, a buon diritto, essere definito un “volontario della politica” perchè si considerò sempre un tecnico ad essa “prestato”, piuttosto che un politico di professione. A ben guardare, rari e sempre misurati e soprattutto improntati alla riconciliazione degli animi intorno alla visione del bene comune furono i suoi interventi nel corso dei numerosi e spesso tumultuosi Congressi della D.C., a fronte di ben più marcate e pragmatiche azioni nel corso degli incarichi che gli venivano proposti.
Ma fu un “volontario della politica” che nacque e tenne sempre in massima considerazione le fucine di pensiero e di azione rappresentate da associazioni e organizzazioni di volontariato aperte alla discussione ed alla realizzazione di soluzioni per la società.
Lo si ricorda, da ragazzo, socio del Circolo di San Marco e del Partito Popolare di Rovereto, insieme con suo padre Lodovico.
Passato a Milano, si impegna nella Azione Cattolica attraverso la FUCI, organizzazione degli studenti universitari cattolici fortemente avversata dal regime, il cui assistente, Mons. Montini, diverrà Paolo VI.
Dopo la approvazione delle leggi razziali fasciste, per lui ed per molti della futura classe dirigente del dopoguerra, diventa chiaro che bisognava scuotere le coscienze: quindi si impegna ad organizzare, tra rischi di delazione e retate, in quella Brianza dove mezza Milano è sfollata, conferenze e riunioni per costruire un futuro di libertà e fornire rischioso appoggio logistico per salvare ebrei e ricercati politici.
Fin da ragazzo è socio della SAT e del CAI e si appassiona a camminate ed ascensioni, possibilmente sulle montagne di casa, dove porterà anche i suoi figli fin da piccoli.
Dopo la parentesi milanese del dopoguerra, si trasferisce a Roma per occuparsi di ricostruzione delle abitazioni distrutte o fatiscenti (erano due milioni e mezzo le famiglie senza tetto!).
Quando gli propongono il seggio senatoriale a Rovereto ha già 46 anni ed una rilevante esperienza amministrativa, base pragmatica per la risoluzione dei problemi da affrontare e risolvere nei rilevanti incarichi successivi: da quelli finanziari, legati alle riforme fiscali del dopoguerra (la “Vanoni”) per passare ai problemi del traffico marittimo e dei porti (proprio lui, montanaro per passione e sentimenti!) a quelli della telefonia (codice di avviamento postale, teleselezione, con collegamento radio alle più sperdute frazioni ed ai rifugi montani).
Nei viaggi attraverso il Trentino, anche in comuni e frazioni isolatissimi, il suo obbiettivo è incontrare e farsi carico dei problemi della gente, sulla base di quello che definisce “spirito di servizio” per la comunità.
Dalla fine degli anni '60 è tra i primi a cogliere che lo sviluppo, tumultuoso nel periodo del “boom” economico, può snaturare le bellezze dell'Italia e diventa, anticipando molte sensibilità odierne, socio e forte sostenitore delle nuove associazioni come Italia Nostra o il WWF, ma sempre nella concezione che la protezione della natura, senza eccessi ecologisti, rappresenta un servizio all'uomo ed alle nuove generazioni.
I logoranti incarichi politici non gli impediscono di continuare l'impegno nel CAI, prima come consigliere e poi, dal 1971 al 1980 come Presidente. In questa Associazione, che rimane il suo principale impegno di servizio dopo il ritiro dalla vita politica attiva nel 1976, profonde le sue doti organizzative per rendere più libere ed autonome le sezioni regionali, per far riconoscere allo Stato il ruolo di servizio pubblico delle Guide e del Soccorso Alpino, per strutturare in precisi impegni l'anima protezionistica allora non ben evidente, per attirare ed appassionare i ragazzi attraverso la sezione giovanile.
Da sempre attento ed ospitale in famiglia, nei confronti di Missionari e Missionarie religiosi, in primis del cognato padre gesuita Giuseppe Zambon, per 29 anni in India, scopre ed apprezza laici illuminati a partire da Albert Schweitzer, che si occupa dei lebbrosi, al dottor Fortunato Fasana, medico in India, ai Coniugi Corti (brianzolo il dottor Piero, canadese di Montreal la dottoressa Lucille) che si sposano per iniziare, nel 1959, il primo Ospedale gestito da laici e lo sviluppano fino a diventare il migliore ospedale d'Uganda. In quest'ultimo si matura soprattutto la decisione di Carlo di dedicarsi perennemente all'Africa e di sposare l'ugandese Angelina.
Non è casuale ed assume un profondo significato di continuità ideale con le Associazioni di volontariato internazionale che Spagnolli abbia completamente dedicato gli ultimi 4 anni della sua vita a cercare aiuti, sotto forma di denaro, farmaci, medicinali, attrezzature (dalla Croce Rossa, dall'Ordine di Malta, dalle singole ditte e dai campionari di medici amici), curandone con la moglie Angela Zambon la paziente selezione, quella che ora su larga scala impegna tanti volontari, e trovando tutte le possibili strade per la spedizione nell'Uganda martoriata di Amin Dadà.
Lo stimolo culturale, in lui già presente negli anni '70, quando proponeva le prime leggi sulla cooperazione internazionale di volontariato, è condensato nell'ultima scelta: già sofferente di varie patologie circolatorie, decide di impegnarsi accanto ai giovani dell'Associazione LVIA di Cuneo nel progetto di una “Università della Pace” che nasceva per capire le ragioni del sottosviluppo, per impegnarsi senza nulla togliere alla dignità del beneficiato, in sostanza per crescere nella capacità di aiuto vero, senza stupidi concetti di superiorità razziale: un luogo, insomma, per trovare soluzioni capaci di unire uomini di buona volontà attraverso i Continenti.
Rileggendo l'esperienza di Giovanni Spagnolli a distanza di 20 anni dalla sua scomparsa terrena, si può forse meglio capire il senso dell'impegno del figlio Carlo, ora in Zimbabwe, e di tanti altri generosi amici e renderci conto che la comprensione ed il ricordo di certe radici ideali sempre valide può dare nuova linfa anche all'impegno sociale nella nostra comunità ed alla apertura “della mente e del cuore” verso problemi vicini e lontani: lo scopo della nostra Associazione, che ne porta il nome. |
Ricordando il sen. Giovanni Spagnolli. 
Parlare del sen. Giovanni Spagnolli è, per me, un dovere di pietà filiale oltre che di giustizia. Giovanni Spagnolli era un amico di mio padre, un'amicizia nata nell'Associazione dei Giovani di Azione Cattolica della parrocchia di san Marco di Rovereto e in quella struttura educativa che era l'Oratorio Rosmini. Era un'amicizia di quelle che si costruiscono di affetto e di rispetto, come sempre dovrebbero essere le amicizie, ed aveva messo le sue radici negli anni eroici dell'Azione cattolica quando le squadracce del regime fascista menava i manganelli contro coloro che avevano il coraggio delle loro idee e che non dimenticavano che i valori dello spirito vengono prima delle ideologie e delle appartenenze politiche.
Fino al giorno della mia partenza per la missione del Burundi, non conoscevo personalmente il Senatore Spagnolli. Ne avevo sentito parlare in casa mia, lo conoscevo dai giornali, era un motivo di orgoglio cittadino, perché aveva raggiunto i posti di governo, ma tutto rimaneva dentro questi termini. In occasione della mia partenza per la missione del Burundi, iniziò una specie di collegamento che sarebbe durato poi per il resto della mia vita. Coincidenza di ideali? Penso proprio di sì, soprattutto se penso che finché ero in seminario a Trento e fino all'ordinazione sacerdotale i nostri cammini non si erano mai incrociati. Non era tra gli invitati della mia prima messa, malgrado fosse un'autorità della città. Pensandoci ora, a distanza di quasi quarant'anni, mi pare che al momento della mia partenza per il Burundi si sia prodotto una specie di fenomeno di risonanza, di sintonia di ideali che risvegliò una comunanza di ideali e di aspirazioni.
Infatti egli era amico, per la medesima ragione per cui lo divenne anche con me, anche di un altro missionario concittadino, Padre Mario Veronesi che, a sua volta, era amico di mio padre. In quell'occasione, estate del 1966, il Senatore mi avvicinò, volle conoscermi e mi disse, con grande semplicità e disponibilità, che se avessi avuto bisogno di aiuto, ogni genere di aiuto, egli era pronto ad attivarsi in ogni modo possibile. Concluse la conversazione dandomi un assegno, che io presi con riconoscenza, ma che, secondo me, sarebbe stato la conclusione di una cortese attenzione che non avrebbe avuto altro seguito.
Invece cominciò tra noi due una lunga comunanza di idee e di ideali che io comprendo oggi essere molto profonda e venire proprio dal suo cuore. Mi scriveva abbastanza di frequente in Burundi e oggi mi dispiace di aver cestinato quelle lettere in cui mi parlava della missione che sentiva essere anche sua, dei suoi figli impegnati a vario titolo e in vario modo nella missione in Africa, di un suo cognato anche lui missionario gesuita in India, del suo impegno politico per un mondo che doveva essere ricostruito sulle coordinate del Regno di Dio e, ovviamente, del suo impegno politico che egli sentiva fortemente come importante per un cristiano che voglia essere coerente con il battesimo. A quel tempo era capogruppo della Democrazia Cristiana al Senato, mi faceva puntuale relazione del suo impegno per salvare l'istituto matrimoniale dal divorzio e mi mandava anche copia dei suoi interventi nell'aula dei Senato. A quel tempo non ero particolarmente interessato alle controversie politiche italiane, ma la sua sincera convinzione mi conquistava e mi faceva rispondergli con lettere, lunghe e articolate, che erano però più il segno della mia ammirazione per lui che della mia partecipazione alle lotte che il partito propugnava. Ed egli mi rispondeva ribattendo ai miei dubbi e alle mie perplessità sulla maniera con cui la questione era dibattuta e portata avanti dalle forze democratiche di ispirazione cattolica.
Venni in Italia e, trattenuto a Roma alla direzione dei Missionari Saveriani, ebbi modo di avvicinarlo e di misurare la sua carica umana, sia in occasione della morte del mio Babbo che in altre circostanze meno dolorose. Venne qualche volta alla nostra direzione generale di Roma, senza scorta e senza quella pompa magna che gli spettava come Presidente del Senato della Repubblica, e si trattenne per la cena, discutendo fraternamente anche con gli altri missionari presenti alla direzione generale, dell'impegno dei cristiani nella missione. Quello che ammiravo in lui, e con me anche i miei confratelli, era la schiettezza della sua fede e le sue idee, veramente cristiane, sulla politica, sul dovere di fare politica, come forma della carità cristiana. Egli attingeva la sua dottrina, oltre che dalla dottrina sociale della chiesa, dall'eredità del Rosmini di cui era grande conoscitore ed estimatore. Leggeva costantemente “La Civiltà Cattolica”, e ogni tanto, con mia sorpresa e, devo dirlo?, con sconcerto da parte mia, me ne citava gli editoriali e gli articoli, specialmente quelli di p. Bartolomeo Sorge, che era il direttore di quella prestigiosa Rivista oltre che suo padre spirituale. Per vecchi pregiudizi, io ero abbastanza restio, se non addirittura scettico, nei confronti della rivista dei Gesuiti e devo riconoscere che cominciai a leggerla in modo sistematico proprio per la sua insistenza e più ancora per la sua testimonianza, trovandola nuova e aperta oltre ogni mia attesa o pregiudizio che fosse.
Ammirai la coerenza con cui si ritirò dalla carica di presidente del Senato, quando da parte dei vertici del partito si chiese un ringiovanimento delle fila dei parlamentari. Molto semplicemente si fece da parte, senza lagne e senza rivendicazioni, mentre altri, che glielo avevano chiesto, rimasero, per lungo tempo ancora, attaccati ai loro posti, come mi fece notare la sig. Angelina, sua moglie.
Dopo il suo ritiro entrò in un altro genere di impegni: aveva il pallino del laicato missionario e, in particolare, dell'impegno dei volontari nella missione ad gentes . Avendo i suoi figli preso la strada della missione, come volontari e medici, egli era visibilmente coinvolto in questo campo allora molto praticato. Ma vedeva anche tutto il rischio che il volontariato correva di mettersi su dimensioni parallele e non convergenti con la missione della chiesa. Non perdeva occasione per ricordarmi che la missione era unica, ma che proprio per questo aveva bisogno di una pluralità di interventi e di impegni, perché, diceva, la chiesa non la possono costruire solo i preti e le suore. Mi ricordava, in modo tanto garbato quanto chiaro, i limiti della nostra maniera di essere missionari: quelli erano gli anni in cui, grazie al magistero conciliare e postconciliare, la missione ad gentes era in cantiere, in via di rinnovamento, per liberarla dai residui del colonialismo, per rilanciarla in una nuova prospettiva, che la facesse diventare meno clericale e più cattolica!
Sentivo nelle sue considerazioni gli echi delle idee di Giovanni Lazzati, indimenticabile Rettore della Università cattolica di Milano, suo maestro e coraggioso riformatore della chiesa. Il Senatore mi raccomandava con passione il dovere di sostenere il volontariato cristiano e laico, cercando una formazione cristiana e sociale autentica ai laici, oltre che ai preti, che andavano come volontari nelle missioni. Egli era convinto che questa era la strada non solo per una migliore missione ad gentes , ma anche per un rinnovamento conciliare dei laicato cattolico.
Almeno per due o tre anni, verso i primi anni ottanta, ricordo il Senatore, che partecipava alle riunioni della LVIA, dirigerne le riunioni abbastanza tumultuose e caotiche: “Ho guidato assemblee ben più disordinate”, mi diceva argutamente alludendo alle riunioni del Senato della Repubblica. In quelle occasioni mi invitava a parlare dello sviluppo inteso secondo gli insegnamenti della Populorum Progressio , l'enciclica di Paolo VI; mi ricordava, che non si poteva trattare di uno sviluppo qualsiasi, ma che doveva essere uno sviluppo pieno e integrale della persona umana, e affermava che era necessario evangelizzare il settore dell'economia che non può essere lasciato alle soli leggi del mercato. In questo anticipava temi e sensibilità proprie del nostro tempo segnato dal fenomeno della globalizzazione. Egli che era un economista di professione, sapeva bene quello che diceva.
Ripensandoci oggi, mi rendo conto di essere stato un privilegiato, di aver avuto la fortuna o, se vogliamo parlare da cristiani, la grazia di conoscere da vicino un uomo straordinario e un cristiano autentico di cui allora non ho potuto valutare in pieno la grandezza e di un uomo politico con la P maiuscola, di un uomo che aveva un'alta considerazione del bene comune della polis e che sentiva questo genere di impegni come un imprescindibile forma del suo essere uomo e cristiano, una forma della virtù teologale della carità.
Per questo volentieri e con fierezza scrivo queste righe a testimonianza del suo impegno politico da cristiano. Lo faccio soprattutto oggi mentre vediamo personaggi politici che fanno ostentata millanteria del loro essere (o del loro dirsi?) cristiani, mentre mi pare troppo facile professarsi politici d'ispirazione cristiana, e farlo soprattutto in vista delle elezioni, rifacendosi magari ad Alcide De Gasperi, per ricordarne la pazienza … Essere politici da cristiani è arte soprannaturale che non si improvvisa tanto facilmente! In Giovanni Spagnolli, come del resto in De Gasperi, vediamo uno di quei cristiani formatisi dopo la prima guerra mondiale e forgiatisi nel crogiolo dello scontro con il regime fascista; un cristiano che non aveva timore di mostrarsi in chiesa nel contesto feriale e non solo in occasione delle feste grandi o delle processioni solenni che sfilano sotto gli occhi dei potenziali elettori, ma uno di quei cristiani della messa delle otto del mattino, che vedevi sostare in chiesa in silenzio e accostarsi semplicemente al confessionale, come tutti, in una parola, uno che ci credeva. Questa è la scuola della politica autentica, fatta da cristiani con i principi del Vangelo e non solo con la benedizione della gerarchia.
E per questo reputo che tutti coloro che fanno parte di un'associazione che si intitola “Amici del Senatore Giovanni Spagnolli” sia un impegno di notevole spessore morale, una associazione che si è dato, con lui, non solo un modello valido e alto, ma anche un impegno per lo sviluppo autentico e solidale di quella folla di persone che sembrano non contare nulla nel concerto delle grandi nazioni del mondo. Per questi nostri fratelli e sorelle più poveri, anche se lontani, anche se incapaci di renderci il contraccambio, dobbiamo far rivivere la carità politica e l'impegno storico del Senatore Spagnolli, questo nostro indimenticabile Concittadino di cui non possiamo che andare fieri.
Gabriele Ferrari s.x.
Rovereto, 7 agosto 2004.  |
"Nino" 
ARMANDO ASTE
Con lo scorrere del tempo, sempre più mi rendo conto della dimensione di Giovanni Spagnolli.
È una scoperta che continua.
Non parlo del politico, dell'economista, dell'amministratore della cosa pubblica. Altri l'hanno fatto e ancora lo faranno con cognizione di causa.
A me interessa dire dell'uomo e dell'amico. Perché noi eravamo amici e ancora lo siamo oltre il tempo, oltre le cose finite.
Spesso mi sono posta la domanda del come e del perché ci siamo incontrati. Da "quel" momento, pur fra tante diversità, penso di poter dire che abbiamo vissuto oserei dire in simbiosi.
Non so come Nino risponderebbe al "perché”.
Per parte mia posso solo esprimere qualche pensiero che mi viene in mente adesso, dato che non conosco la risposta e forse non esiste al perché ad un certo momento ti accorgi di essere amico e di avere un amico per sempre.
Penso che sia stata la Provvidenza a farci incontrare. Magari attraverso la comune passione, meglio il "pretesto" della montagna.
Molto semplicemente dirò allora che doveva accadere. Con Lui era bello dialogare. Scoprire identità di sentimenti. E accorgermi che ogni occasione di incontro era per me un momento di crescita.
A Lui non so se ho potuto dare qualcosa. So di certo di avergli dato il cuore. Penso che l'abbia intuito subito. Forse questa è la spiegazione più semplice e più vera. Era un rapporto da fratello a fratello. Privilegiato. Perché ad un amico ti riveli per certi versi come non faresti, a volte, con un fratello. E dicendo questo non tolgo niente ai miei fratelli di sangue.
Sono rapporti diversi.
Nino non era un ambizioso e per questo aveva capito che il mio affetto per lui non era mosso da quella che poteva essere la pur comprensibile ambizione di avere un amico tanto più grande.
Non erano molte le occasioni per incontrarci ma a me bastava sapere che lui esisteva e mi voleva bene.
Mi telefonava ogni tanto da Roma. Magari per dirmi che l'indomani sarebbe arrivato a Rovereto. Io ero lì ad attenderlo e mi onorava sedendo alla mia mensa non prima di aver preso l'iniziativa di una breve e semplice preghiera. A volte c'era anche Angela, la sua sposa, ed era una festa ancora più gioiosa. Così, quasi lo fossi stato da sempre, mi sono trovato "di famiglia" anche con Paolo, con Carlo e Giovanna, i Suoi figli meravigliosi e fortunati di tale esempio.
Quante volte ho avuto la gioia di starlo ad ascoltare. Il suo dire semplice e profondo ha di certo rafforzato la mia Fede. Perché Lui è stato soprattutto un uomo di Fede.
Mettermi a sua disposizione con la macchina, quando le occasioni lo permettevano, e portarlo dove lo reclamavano i suoi molteplici impegni era per me un motivo di ricarica e di serenità. Avevo la ventura di sedere accanto ad un Uomo grande, semplice e saggio. Un luminare, un esempio vivente di compartecipazione, disponibilità e servizio soprattutto verso gli ultimi, i poveri di spirito.
Uno di quei fari che, seppure con dolcezza, ti impongono un esame di coscienza. Uno che ti tende la mano e ti dice "vieni, camminiamo insieme". Ancora adesso mi giunge l'eco del Suo insegnamento. Io Gli posso dire soltanto "grazie". In attesa di ritrovarci di là dal muro. Per sempre. Poiché pur essendo in tanti siamo Uno solo.
Come allora, ancora adesso mi commuove il gesto di Angela che volle chiamarmi subito al momento che Nino fu colpito da ictus cerebrale. Perché lei aveva capito che eravamo parte l'uno dell'altro. Così mi apparve del tutto naturale, oltre che un bisogno del cuore, esserGli vicino fino al momento dell'ultimo respiro. 
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6267 |
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8107-5 |
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34900.I |
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